La ricetta dell’ “Eterna Giovinezza”: vita attiva e relazioni

Comunemente si ritiene che con l’avanzare dell’età una persona sia inevitabilmente destinata a diventare confusa, disorientata e con scarsa memoria a causa dell’invecchiamento del cervello. Alcuni studi condotti dal Rotman Research Institute at Baycrest (2007), Università di Toronto, hanno dimostrato, al contrario, che il cervello degli anziani non è meno funzionale di quello dei giovani, poiché le cellule neuronali sono molto dinamiche e possono mantenersi ugualmente attive creando nuove e diverse connessioni.

Ciò che emerge sempre più spesso dalle varie ricerche messe in campo è che sono l’inattività e la solitudine a favorire un veloce declino della persona, che seppur anziana avrebbe molti anni davanti a sé da vivere pienamente, con prestazioni differenti da quelle dei giovani ma certamente non meno efficaci.

Ne sono un valido esempio le università della Terza Età, sempre più numerose in Italia, i cui insegnamenti spaziano dalle lezioni più tradizionali alle attività manuali, e molto spesso sono finalizzati al conseguimento di certificazioni riconosciute (come ECDL o MCSE). Ciò a conferma del fatto che le prestazioni mnestiche e cognitive dell’anziano, se adeguatamente stimolate, non sono meno valide di quelle dei giovani.

Riuscire a mantenere una vita attiva è quindi essenziale per la salute, mentre non agire ed abbandonarsi totalmente alle cadute cognitive conduce ad un deterioramento precoce ed alla svalutazione della persona stessa, che inizia a considerarsi come inutile per la società e un peso per gli altri. Alle difficoltà legate all’avanzare dell’età e a fattori specifici, si aggiungono in tal modo ulteriori fattori di disturbo che frenano ed ostacolano la persona. Queste interferenze di carattere emotivo, psicologico, affettivo e motivazionale favoriscono l’aggravarsi della situazione e spingono l’anziano a ritirarsi e a non mettersi in gioco. Tutte le performance cognitive sono strettamente correlate ed influenzate da questi aspetti emotivi e dagli stati d’animo: considerazione di sé, ansia da prestazione, nervosismo, insoddisfazione e insicurezza compromettono ulteriormente l’efficienza mnestica, ingenerando un circolo vizioso che non fa che peggiorare le prestazioni cognitive della persona.foreveryoung-800x500_c

Ma questa circolarità può essere interrotta, sostenendo gli anziani che abbiamo accanto ed incoraggiandoli a costruire una rete di rapporti e partecipazione che li mantengano attivi, abbandonando l’idea che una volta usciti dal mondo del lavoro l’unico loro impegno debba essere restare in casa. Si può agire anche in sostegno di persone più avanti con l’età che sono entrate in questo circolo dell’inattività e del sentimento di inutilità, attraverso interventi di aiuto alla persona o con progetti pedagogici adeguatamente costruiti, grazie ai quali la persona può riscoprire le proprie potenzialità e disponibilità. Aiutandola a ritrovare l’equilibrio psico-fisico, si mette la persona in condizione di sfruttare tutte le proprie funzioni cognitive in totale libertà da qualsiasi “interferenza”.

Un altro aspetto che non deve essere in alcun modo sottovalutato è la rete di relazioni di cui l’anziano fa parte: una partecipazione sociale soddisfacente per la persona è fondamentale per la salute, la longevità ed il benessere, perché quando le emozioni dell’individuo sono negative e foriere di solitudine predicono il suo declino funzionale e psicologico. Secondo una meta-analisi pubblicata nel 2010 da Julienne Holt-Lunstead e colleghi, la solitudine inciderebbe sulla probabilità di morte prematura addirittura tre volte in più rispetto all’obesità.

Abbiamo nel nostro paese molti esempi che vanno nella giusta direzione, cercando di favorire la creazione di una fitta rete di relazioni: dagli “orti urbani” affidati alle cure degli anziani, alle iniziative dei “nonni civici” che prevedono la presenza di volontari per la regolamentazione del traffico davanti alle scuole, dalle sempre più numerose attività proposte dai centri anziani cittadini alle esperienze di collaborazione con le istituzioni scolastiche. Senza dimenticare il ruolo essenziale che ogni nonno può svolgere per i propri nipoti, proponendo giochi da fare insieme per insegnare loro a sorridere e a divertirsi in modo semplice stimolando un confronto generazionale, a tutto vantaggio anche delle proprie prestazioni di memoria e non solo.

Pertanto, bando all’idea del pensionato in pantofole rinchiuso in casa davanti alla televisione in lento e costante decadimento cognitivo e largo alla persona che dà il proprio contributo attivo alla comunità nella quale è inserito, che esce con gli amici e partecipa alla vita sociale restando giovane dentro e fuori! La ricetta dell’ “eterna giovinezza” è alla portata di ciascuno!

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Difficoltà di Apprendimento, puntare sulle potenzialità!

Contare, leggere e scrivere sono azioni che, per ogni bambino, dovrebbero diventare familiari in poco tempo… eppure, alcune volte, il percorso di acquisizione di questi apprendimenti incontra degli ostacoli: se il bambino non ha raggiunto il giusto rapporto tra maturazione e apprendimento, il processo di interiorizzazione di questi meccanismi potrebbe essere più lento.

Ogni alunno per motivi sociali o maturazionali ha delle potenzialità e abilità diverse, ha un personale ritmo di crescita ed è caratterizzato da diverse intelligenze e modi di essere.

In questi ultimi anni le segnalazioni dei bambini “dis”, che poi sfociano o meno in diagnosi, frequentanti l’ultimo anno della scuola dell’infanzia o i primi due anni della scuola primaria sono numerosissime. Al di là di qualsiasi etichetta, questo bambino di 5- 7- 8 anni è un bambino frenato e ostacolato negli apprendimenti, non un malato, non ha l’esigenza di sentirsi diverso ed etichettato in base a un principio patologico o terapeutico.

difficolta Sono bambini con difficoltà nel linguaggio, nello sviluppo psicomotorio, percettivo-motorio ecc.. e che potranno dare risposte adeguate negli apprendimenti, solo quando avranno perfezionato le percezioni cinestetiche e la loro associazione con i dati visivi, e sviluppato la maturazione nervosa, tonica, emozionale ed affettiva… Nessun allievo troverà stimoli ad apprendere nello svolgere compiti e prestazioni che non rispettano i ritmi e i suoi livelli di sviluppo, fin quando le funzioni mentali, e non solo, non avranno raggiunto il grado di maturazione necessario queste sfide saranno insuperabili.

Ecco allora, che si dimostra inadeguato qualsiasi intervento che si limiti alla solo costatazione del grado e della gravità dell’insufficienza, o che proponga semplicemente la soluzione nell’individuazione di metodi semplificati o programmi ridotti, cercando di facilitare il percorso apprenditivo. Non è tanto importante la debolezza ed il limite in sé, ma è essenziale, invece, individuare e favorire le abilità e le potenzialità del bambino per superare tali limitazioni esistenti e colmare quegli aspetti lacunosi che ne impediscono il pieno sviluppo.

Ogni bambino se aiutato con un Intervento Educativo adeguato dal punto di vista didattico e socio-pedagogico, può abbattere gli ostacoli ed avere l’opportunità di reagire.

Inoltre, l’Intervento di Aiuto non deve impegnare il bambino nell’azione in cui risulta carente, ma sostenere e rinforzare quegli aspetti, che in modo diretto e indiretto, sostengono l’apprendimento. In primis poichè sarebbe frustrante ed umiliante per il bambino dover ripetere prestazioni in cui è carente, ma soprattutto perché continuare a richiedere lo svolgimento di un compito senza fornire gli strumenti per migliorare, è deleterio ed inefficace.

Ad esempio, se il bambino presenta difficoltà nella letto-scrittura, il percorso di aiuto non può prevedere assolutamente di sottoporre il bambino ad “esercizi” di lettura o di scrittura, ma bisogna sostenere tutti quegli aspetti coinvolti nella lettoscrittura ed in cui sicuramente avrà mostrato disagi, come ad esempio l’organizzazione spazio-temporale, le capacità attentive, lo schema corporeo ecc…

Senza proporre “esercizi”, ammaestramenti ed inutili addestramenti, solo se il bambino riesce a conquistare un nuovo equilibrio e l’autonomia in tutti gli aspetti coinvolti, allora l’apprendimento può trarne vantaggi e migliorare.

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